di Rosetta Gozzini

L’installazione della Madonna in ceramica di Monika Grycko è forse un esito inquietante della ricerca dell’artista sullo spazio angusto dell’umano. L’iconografia attraverso cui si presenta la scultura si situa all’interno della tradizione, ma le forme, l’espressione del viso, l’atteggiamento del corpo, le sembianze traslucide imprimono un rovesciamento di senso tanto più forte quanto più è riconoscibile il richiamo al passato pittorico. L’accentuata espressione erotica e in qualche modo famelica della divinità sposta il piano del sacro dall’idea della santità ad una mistica della profanazione in cui l’immagine della vergine si fonde con quella primitiva di Eva e quella ancora più primitiva di Lilith di cui il serpente vivo e libero ne è il simbolo. Infatti, come dice l’artista:

“Questa installazione è di un evidente eclettismo, trae ispirazione dall’iconografia cattolica, dalla pop cultura e anche dalla cultura trash. Le “foto-ricordo”, i quadretti e i quadri appesi alle pareti della stanza sono in realtà immagini fotografiche, riprese sotto varie angolazioni della madonna e della sua seguace – come se la donna si immedesimasse con la dea, sfumando in modo schizofrenico il confine fra l’idolo e se stessa.”

Così che, questo paradossale pulpito appare un altare sacrificale da cui la donna è utopicamente spodestata, sacrificata, appunto, al prezzo di una perversione autoreferenziale: l’opera più che essere una testimonianza è un monito al rischio che il femminile corre e l’indicazione per contrasto alla ricerca di una pacificata per quanto ardua armonia.

collettiva “Oltre Lilith, Scuderie Aldobrandini, Frascati, 2006, a cura di Rosetta Gozzini