di Gabriella Arrigoni

Dallo schermo ci guarda negli occhi, ammiccante e accusatoria, e manipolando la propria immagine si proietta in un incubo di clonazioni dall’assetto fratturato e impossibile. Atmosfere tra il pop e il trash. Dove l’ego travalica. In inquietanti manichini…

Sono i passaggi dell’io, trasformazioni definitive e perfettamente compiute, i movimenti extremi che danno il titolo a questa personale di Monika Grycko, costretta a moltiplicare l’icona distorta di se stessa attraverso i media con cui si esprime abitualmente: scultura, video e fotografia. Il mutamento s’imprime impietoso, le parti del corpo si torcono in maniera innaturale, si allungano in pose manieristiche, si staccano mutile, piegandosi ad una realtà perversa.

Eppure una matrice resta invariata, ed è sempre inconfondibilmente lei, pelle candida e vestito rosso, sia quando accenna una danza seduttiva e sottilmente canzonatoria sulle note di “Personal Jesus” di Johnny Cash, sia nei fragilissimi corpi in ceramica e gres, un mix ben amalgamato di grazia luccicante da porcellana rococò e di erotismo artificiale da bambola-diva plastificata e senza sangue.

Scontati i riferimenti a Jeff Koons e al Posthuman, il binomio corpo-identità e la fascinazione per i corpi mutanti, cibernetici ed inorganici la fanno ancora una volta da padrone, ma quello che colpisce maggiormente è la posizione in cui -suo malgrado- viene posto lo spettatore. La sua attenzione viene cercata e stimolata quasi disperatamente dall’artista, che non si limita ad inseguirne lo sguardo, ma, nello sforzo di procurare un impatto ansiogeno e perturbante, vuole catturarlo e inchiodarlo davanti alla sua colpevole indifferenza. L’emozione è raggelata nelle pieghe di una seduzione grottesca, l’incontro non ha nulla di intimo, e l’osservatore, di fronte al video, si ritrova a possedere un punto di vista sopraelevato rispetto agli attori, ripresi da una telecamera posta perpendicolarmente. Impossibile astenersi dal giudizio. Pur senza renderlo eccessivamente palese ad un primissimo approccio infatti, descrivendoci il lato oscuro e inquietante della condizione umana e il latente pericolo insito nella sua natura Grycko ambisce a pronunciare un discorso essenzialmente etico. L’invocazione della salvezza, il sacrificio per la remissione dei peccati e la condivisione di valori e debolezze sono quindi i temi portanti del videoAgnus Dei, nel quale assistiamo ad un’agressione, un’ assurda collutazione tra un uomo e una donna, in cui la vittima è perfettamente conscia della propria colpevolezza. Nella società odierna, sembra sottintendere l’artista polacca -ma da alcuni anni di base a Faenza- è la morale a soccombere ovunque, e il male ci abita in permanenza, lasciando sui corpi segni doloroso e indelebili.

Il monito all’umanità si fa più preciso nella serie fotograficaCadaveri domestici, in cui sono ritratti gli scarti vagamente ripugnanti di quelli che prima di finire sullenostre tavole erano esseri viventi. Nel rammentarci che la morte è sotto i nostri occhi in ogni momento, questi scatti sono senza dubbio apprezzabili per il gusto apertamente macabro e la potenza estetica, molto meno per l’intento di esprimere una trita geremiade contro la cattiva coscienza di chi, cucinando conogli o sardine, non si sente un assassino.

personale di Monika Grycko “Movimento extremo”, Rebecca Container Gallery, Genova, 2005, a cura di Roberta Gucci Cantarini