di Fabrizio Boggiano

Da alcuni giorni il corpo rifiuta di tenere il passo con lo scorrere del tempo mentre la mente stessa, affaticata da un lato e affannata dall’altro, sente le forze sfumare ineluttabilmente. La luce circostante cala di intensità e l’aria, trasformatasi in fluido gelatinoso, rallenta ogni movimento. A nulla serve, peraltro, guardarsi attorno dal momento che non è ancora possibile capire se l’eventuale evoluzione da questo stadio rappresenti un rientro verso un’ipotetica normalità o, piuttosto, l’inizio di un percorso verso mondi e sensazioni sconosciute. Ogni gesto compiuto diventa sempre più lento, mentre i pensieri si rivestono con visioni ondeggianti e straordinarie verso le quali è impossibile opporsi. Il tempo ripercorre i propri passi fino a riportare alle memorie antiche arie medievali nelle quali l’inquietudine si trasforma da semplice stato d’animo a impietosa quotidiana realtà impadronendosi, in questo modo, di ogni emozione vissuta. Confuso da un così pressante carico sensoriale, non mi accorgo di essere passato, quasi per osmosi, in un’altra dimensione anche se, in verità, mi è impossibile affermare con certezza in quale di essa risieda il sogno e dove invece si nasconda la realtà. Una debole musica, ritmata da una calda voce maschile, attira l’attenzione, mi appare, disorientandomi, una giovane donna vestita di rosso che, ballando, mi sta osservando. Cerco di distogliere i miei occhi dai suoi cercando un poco di quiete nella penombra circostante, ma, immediatamente vedo alcune gelide, luccicanti sculture identiche a lei che, immobili, mi seguono. L’ansia si leva altissima, anche se nulla di quello che sta accadendo lascia presagire un qualche pericolo nonostante, sullo sfondo, appaiano plotoni di soldati che marciano minacciosamente in mezzo a persone che tranquillamente camminano. A questo punto i miei sensi perdono il controllo e ogni punto di riferimento si sfalda anche perché mi accorgo che la donna danzante non si trova innanzi a me bensì al di sotto del mio punto di vista. Come se stessi volando in questa insolita atmosfera, la vedo, dal basso, osservarmi con un’espressione severa, accusatoria, che, tuttavia, racchiude all’interno una disperata richiesta di aiuto. Non riesco a restare inerte e mi lascio coinvolgere da occhi trasparenti nei quali scorre il film dell’esistenza; antiche reminiscenze riaffiorano dalla memoria ricordando che il vero sentire è inseparabile dal pensare e dall’agire e, pertanto, cerco di ristabilire un minimo ordine nelle emozioni per poter avvicinare la misteriosa donna. L’aria è ancora gommosa e appare evidente che ogni mio movimento non è slegato da quelli delle presenze che mi circondano; infatti, tanto più cerco di avvicinarmi allo stesso modo, esse si allontanano. Abbagliato, continuo a osservare quel corpo flessuoso, ricco di forte sensualità mista a sempre maggiore angoscia, fragile ma risoluto, cercando di immedesimarmi in pensieri non miei che attraggono e coinvolgono con inaspettata forza. Quel muovere flessuoso, invitante, quasi ipnotico, il cui scopo è quello di rendermi inerme, preda delle emozioni e del significato ancestrale dell’esistenza; quell’ondeggiare che trascina nel profondo dove, dimenticando le quotidiane apparenze, potremmo catturare la debolezza originaria, quella di un bene ancora così fragile da potersi opporre al male che imperversa sul mondo.

Movimenti estremi questi, e non solo quelli mimati della donna o dalle sculture circostanti, ma anche, e soprattutto, quelli che l’anima deve compiere per non restare sommersa dall’iniqua società contemporanea, per permettere a quel sottile filo di speranza di mantenersi integro e rivelarsi l’inizio di un cammino rivolto a ristabilire antichi valori disattesi se non totalmente abbandonati.

Un viaggio, questo, che apparentemente si snoda tra realtà e finzione, tra esistenza e sogno, durante il quale Monika Grycko usa se stessa e l’inquietudine che la pervade per sollecitare ogni nostra possibile reazione. L’artista qui si mette ancora una volta totalmente in gioco, anche nelle sculture che la raffigurano dove opera un’arguta fusione fra le figure sacre di un Ottocento che cercava se stesso e le vallette televisive, tragiche icone di un terzo millennio che ha smarrito se stesso.

Ma in lei non c’è mai mancanza di rispetto, anzi, la lettura della vita è frutto di un’attenta indagine e di riflessioni che, nonostante derivino da rigide e spietate analisi, lasciano affiorare la profonda e consistente cultura che la contraddistingue. Ma Monika non è soltanto un’attenta e interessante artista; lei produce energia continua, genera scosse emozionali che riattivano pensieri, sentimenti ed emozioni. Le sue necessità interiori prendono forma, si materializzano magicamente ai nostri occhi mostrando inequivocabilmente la forza che contraddistingue un lavoro difficile, profondamente pensato e autenticamente sentito. Opere che aiutano a riflettere proprio in un momento storico nel quale sembra che questa pratica esistenziale abbia perso l’importanza fondamentale da sempre posseduta; messaggi che l’artista invia direttamente al nostro io profondo mettendoci i guardia, nello stesso tempo, sugli effetti devastanti che il perdurare dell’indifferenza e dell’egoismo potranno creare sull’umanità o su quello che resta di essa.

collettiva “Corpi rituali, centrale Enel di Nove e Galleria comunale di Vittorio Veneto, 2004, a cura di Fabrizio Boggiano