di Elisabetta Bovina

DE ARTIFICI NATURA ovvero i Simulacra di Monika Grycko

Nunc agere incipiam tibi, quod vehementer ad has res

attinet esse ea quae rerum simulacra vocamus,

quae quasi membrana vel cortex nominitanda est

quod speciem ac formam similem gerit eius imago,

cuius cumque cluet de corpore fusa vagari&

 

Ora comincerò a dirti ciò che con queste cose è connesso strettamente:

esistono quelli che chiamiamo simulacri delle cose,

cui si può dare il nome di membrana o corteccia

poichè l’immagine presenta aspetto e forma simile all’oggetto,

qualunque sia, dal cui corpo essa appare emanata per vagare&

( Lucrezio, De rerum natura, libroIV)

 

La banalità, apparente e reale, che attraversa orizzontalmente tanta arte oggi, pone sempre il fruitore, sia esso esperto in materia o semplice curioso, nel ruolo di giudice-osservatore. In questa condizione non deve essere per forza che l’astrazione sia un fatto di merito, così come l’esperienza del desiderio debba essere un desiderio di significati.

Il proliferare frenetico del prodotto artistico e del fenomeno Arte degli ultimi due decenni, la grande mistificazione scatenata da questo sistema -autori-critici-mercanti-fiere- ha trasformato il fenomeno artistico in prodotto mediatico, nell’accezione deteriore del termine: gli autori sono divenuti artistar, i critici guru, le fiere mercati, le opere prodotti, confezioni di merendine più o meno costose per golosi di fama.

L’accenno polemico pone la questione sull’artefice, oggi sempre più spesso artefice di significati (veri o presunti) che produttore di opere. La diatriba è secolare e il divario fra artefatto e artepensato rimane insanabile, come l’annosa questione intorno alle Arti Applicate: in quanto prodotto delle mani, valutate minori rispetto a quelle pensate, già prodotti confezionati o realizzate da terzi.

E’ il progressivo sbiadire del valore estetico concreto rispetto a quello culturale astratto, quel prevalere della poetica sull’opera di cui Umberto Eco discettava già nel 1963, ponendo la questione della morte dell’arte come irreversibile momento (dialettico) di questo sistema.(1)

Varrebbe la pena leggersi gli apparati teorici di Enzo Biffi Gentili, scritti negli ultimi vent’anni di mostre da lui curate sulle A.A. e i saggi di R. Sennet e M. Crawford sul lavoro fatto ad arte. (2)

Il prologo è funzionale all’approccio verso il lavoro di Monika Grycko che è esplicito, tridimensionale, autoprodotto: narra di scultura.

Rispetto a tanti suoi contemporanei Grycko possiede il dono dell’artificio, nel senso astratto del termine e il riferimento a Lucrezio, alla teoria del clinamen come deviazione degli atomi dal loro corso che rendono possibile il libero arbitrio dell’homo faber, è funzionale alla poetica di questa artista, trapiantata in Italia dalla Polonia da oltre dieci anni. Dominatrice potente della materia, ne fa una personale e possibile traduzione corporea e corporale. L’intima confidenza con l’anatomia, la disinvoltura nel manipolare strutture ossee e fasci muscolari caratteristiche di un’Accademia e mai da sottintendere- si sono trasformate, nel suo lavoro, in nuova anatomia, sia in senso materiale che semantico.

Grycko traduce in scultura un immaginario caotico e complesso in cui l’idea è a volte sintomo psicosomatico di uno stato mentale. Il dato più esplicito del suo operare è l’ibrido: incrociando miti e anatomie diverse l’artista interviene chirurgicamente e sembra applicare princìpi di ingegneria genetica.

Per questa attitudine alla trasformazione costante del dato reale, che parte sempre da elementi oggettivi per arrivare all’opera esito ultimo, in cui essere e apparire stanno in costante dialettica- il lavoro di Monika Grycko è assimilabile all’opera di artiste come Cindy Sherman, Louise Bourgeois, Patricia Piccinini, Claude Cahun, attive in anni diversi del Novecento e oggi.

La Nostra utilizza argilla cotta una sola volta e la finisce, col colore a olio, innestando pittura e scultura.

Di più, in questo (ossessivo) processo di ibridazione, le opere spesso presentano inclusioni di globi oculari vitrei e porzioni di cranio animale, con un’unica dominante: il colore bianco rosato degli incarnati, anche nei soggetti animali.

La sua forma di scultura attinge alle fonti più disparate -dalla scuola plastica religiosa ottocentesca all’iconografia dell’Antico Egitto, passando attraverso l’arte dell’Europa Centrale- impregnata di storia e cultura contemporanee.

Sfinge, Cagnetto, Piccola Budda, Laika, Biancaneve, Rat Mother, Nefer, sono le figurae dell’immaginario di Grycko, a volte concepite sole, a volte composte a gruppi (vedi Biancaneve e i cani), dove la contaminazione è l’aura e non la fisicità delle stesse, bellezza e disagio al tempo stesso.

Nelle installazioni create da Grycko l’apparente mollezza del colore bianco rosato simbolo di una irraggiungibile purezza- contrasta le sue anatomie che soffrono la gravità terrestre, portatrici di un’inquietudine che, nel nostro circostante, è il dato più certo.

 

  1. Umberto Eco, La definizione dell’arte, Mi, Garzanti, 1983.
  2. Richard Sennet, L’uomo artigiano, Mi, Feltrinelli, 2008.

  personale di Monika Grycko “Figurae”, Banca di Romagna, Faenza, 2012, a cura di Beatrice Buscaroli