di Elisabetta Bovina

MONIKA GRYCKO – DIE WERWANDLUNG – INDAGINE A CORPO LIBERO

DOGMASTER , U-BOOT, METAMORPH

L’opera di Monika Grycko è sempre centrata sul corpo, materia prima del simbolico, fonte di immagine e di progetto.

La sua è un’operazione installativa a forte impatto visivo.

Ambiguità e concretezza del reale, per ottenere come effetto il disorientamento.

Una lettura inquietante e scientifica, analitica, anamnesi del corpus e del corpo. Quest’ultimo scolpito, modellato, dipinto, rappresentato sempre, in allestimenti o apparecchiature a scopo conoscitivo, costante indagine del contemporaneo.

Ogni progetto di Grycko ha come oggetto l’umano odierno: il più sfrenato individualismo cuoce in un “brodo” dove alto e basso, bello e deforme, vivo e morto, sano e insano, piacevole e raccapricciante si mischiano indifferentemente per una soluzione finale che sembra non avere esiti positivi.

In realtà l’operazione di Monika Grycko è catartica e passa attraverso gli occhi vitrei dei piccoli cani di “Dogmaster”, i fondali piatti dove galleggiano oscuri e minacciosi sottomarini, gli U-Boot, le escrescenze larvali biancastre di “Metamorph”.

Tre diversi saggi sulla materia, tre diverse visioni o vedute in cui l’argilla fatta a scultura apparentemente congela lo spazio circostante ma apre nuove letture e piani di comprensione.

Il dato reale di Grycko, la figura-scultura, è sempre dominate, forte, potente nella sue espressione, difficile da ignorare per attrazione o repulsione.

Una contrapposizione continua di un bello che fa schifo, inquieta, turba, affascina, provoca, disturba.

La sua opera affonda le radici in una tradizione grottesca antica, riletta attraverso il neogotico e il trash, dove le contrazioni della materia sono le contrazioni del reale, in continua simbiosi, in costante dialogo, metamorfosi del dato reale e metamorfosi di significato e dove l’arte vola intorno alla verità.

Una fiaba postmoderna perché tutte le fiabe, come scriveva Kafka, provengono dalla profondità del sangue e dell’angoscia.

La narrazione di Monika Grycko però è fatta di linee morbide, colori soffici, neri a contrasto. Nessuna soluzione finale ma tante ipotesi che preludono anche al più classico “…e vissero felici e contenti”.

Elisabetta Bovina